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By Franco Cardini

Il guerriero a cavallo, con il suo prestigio anche simbolico, ci perviene dal profondo della preistoria, in termini tanto di valori quanto di pratiche di vita e di combattimento. Dagli sciamani centroasiatici ai guerrieri barbari, dagli dèi nordici ai martiri cristiani, senza dimenticare l'evoluzione dell'allevamento, l'affinarsi delle tecniche metallurgiche, lo sviluppo dell'arte della guerra e le relative "visioni del mondo": se i più lontani presupposti del cavaliere medievale sono rintracciabili nella cultura dei nomadi delle steppe che according to primi addomesticarono i cavalli, los angeles sacralità e l. a. superiore charisma che lo circondano persistono ancora oggi nell'immaginario occidentale. Tra storia ed epica, il racconto di un mito millenario e dei suoi perduranti riflessi. Introduzione di Alessandro Barbero. Prefazione di Jean Flori.

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Diversamente da altre tradition filosofiche, caratterizzate dall'indagine sul soggetto o dalla teoria della conoscenza, dall'analisi del linguaggio o dalla decostruzione ermeneutica, essa appare fin dall'inizio estroflessa sul suo esterno, esposta ai conflitti e ai traumi dell'esperienza mondana. Al suo centro, eccedente rispetto a ogni definizione presupposta, si dispiega los angeles categoria di vita, in una relazione sempre tesa e problematica con quelle di politica e di storia.

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L'idea che le specie attuali, uomo compreso, si siano evolute a partire da forme precedenti inizia timidamente al principio del Settecento, si consolida verso l. a. superb di quel secolo, dilaga nel corso dell'Ottocento (soprattutto grazie a Darwin) e riceve conferme sperimentali definitive nel Novecento.

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A questa cavalleria, per esempio, che si deve il primo tentativo di limitare gli eccessi della guerra, di regolamentare l’uso delle armi e di reprimere gli istinti più selvaggi attraverso la creazione di un’etica, propria ai guerrieri, incentrata su virtù come l’onore, la fedeltà ai principi e alla parola data, e, almeno in una certa misura, il rispetto dell’avversario che si combatte, persino quando è sconfitto e prigioniero. Questi valori sono evidentemente contrari all’istinto naturale della specie definita «umana» e perciò non bisogna meravigliarsi se vediamo che le «leggi della guerra» che si è tentato di imporre ai costumi sono state così spesso tradite nello stesso Occidente, là dov’erano nate.

Non a caso, proprio l’inglese usa knighthood per tutto quel che riguarda l’ambito sociale, istituzionale e strutturale, e chivalry per ciò che attiene alla mentalità e all’etica. I francesi e i tedeschi distinguono tra cavalieri nel senso di persone o soldati che vanno a cavallo (cavaliers, Reiter) e cavalieri nel senso di insigniti della dignità cavalleresca (chevaliers, Ritter): lo stesso si fa in spagnolo, con i termini jinete e caballero; meno sensibile a questi valori, l’italiano usa sempre e solo il termine «cavaliere».

La classificazione, basilarmente seguita ancor oggi, dipende dagli studi dello zoologo austriaco O. Antonius, il quale distinse due fondamentali razze di cavalli selvaggi: quella occidentale, più pesante, e quella orientale, più leggera. Quest’ultima si sarebbe a sua volta evoluta nei due fondamentali tipi detti l’uno «di Przeval’skij» dal nome dello studioso russo che lo scoprì nel 1880 in una regione a sud dell’Altai, l’altro tarpàn, estintosi nel secolo scorso. Fino all’età di Wu-ti, i cinesi usavano appunto un animale del tipo Przeval’skij: di piccola taglia, con testa e collo tozzi, zampe corte, garretto basso, e pertanto non troppo veloce né troppo resistente.

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